Tempest

Fine ottobre 2001

In fondo alla valle, l’ultimo albeggiare del tramonto svanisce lentamente salla faccia dell’Half Dome. Lungo la strada, e più vicino, gli angoli e le fessure del Sentinel si accendono brevemente di rosso-oro, mentre mi appendo alla sosta in alto, completando così la terza salita di Tempest su El Capitan. Sei mesi di pianificazione, logistica e sforzi sovrumani per produrre questo semplice atto insignificante.

Cinquanta piedi sopra di me, in cima alle placche, Marco (Spataro) sta accanto all’albero di ancoraggio filmando i miei ultimi goffi movimenti sull’orlo di El Capitan.

Sotto, Tom McMillan e Valerio Folco sorseggiano una Guiness alla penultima sosta. Il “muro”, almeno per me, è finito. Potrei semplicemente camminare a questo punto, lasciando Valerio, Marco e Tom ad occuparsi delle ultime manovre di corda e trasporti delle quasi 500 libbre di materiale oltre l’orlo della parete.

Con una sosta di backup finalmente in posizione, dico alla radio “La Jug line è fissa”.

Siamo qui. Quindi salgo le placche per controllare che la sosta sull’albero sia buona.

Em si congratula con noi via radio e mi informa che ha appena raggiunto la vetta di El Capitan lungo il sentiero delle cascate. Il nostro team di supporto per la discesa è quasi completato.

Nell’intensificarsi del crepuscolo, faccio di nuovo un salto verso il bordo sperimentando all’improvviso l’esposizione nauseabonda caratteristica di questo posto con 3000 piedi di vuoto sotto di me. Lontano, molto più in basso, i fari e i fanali posteriori delle auto sul prato di El Cap sembrano piccole repliche del giocattolo di un bambino in una stanza buia. Valerio mi raggiunge sulla sosta del bordo e ragioniamo sulla strategia per recuperare tutto il materiale. 

Accendo la mia lampada frontale e inizio faticosamente a recuperare il materiale controllando ancora che tutto sia in ordine e sicuro… troppa stanchezza e il buio non devono rovinare tutto proprio adesso. 

Ma siamo troppo meticolosi per morire, questa volta. E troppo attenti ad assicurare e ripulire le placche dalle rocce che ucciderebbero qualcuno alla base di questo abisso. Lentamente il disordine viene risolto, i grovigli di corda, scatenati dalla notte buia, si sciolgono con pazienza e i nostri sacconi scompaiono nell’oscurità… Valerio e Marco salgono velocemente le placche mentre io cerco di agevolare il loro lavoro togliendo i sacconi dagli impicci.

Mantenere l’attenzione.

Tom aspetta pazientemente sotto, liberando a turno ogni saccone dalla sosta. Alla radio, Em riferisce che non è in grado di localizzarci al buio: “Leoni, tigri e Orsi, oh mio Dio! “

L’ultimo saccone è libero dalla sosta. Tom inizia a ripulire l’ultimo tiro nell’oscurità, tirando fuori i beaks con le dita e i copperheads con un leggero strattone. Io non conto più le volte che ho fatto su è giù queste maledette placche sommitali… la sera diventa fredda e mi metto il mio Parka. Vado incontro a Tom che sta raggiungendo il bordo della parete. Lo so per esperienza che pulire l’ultimo tiro di una lunga via nell’oscurità può essere un’esperienza molto solitaria e spettrale. E così mi siedo sull’orlo del baratro e guardando giù Tom gli offro parole di incoraggiamento. Dopo nove giorni sul muro, non vediamo l’ora che tutto finisca.

Tom arriva… di nuovo un groviglio e un trambusto di corde, beaks, camme e sacchetti con la corda… anche lui finalmente è fuori e risale le placche mentre io tolgo la sosta di backup.  Essendo stato sia la testa che la coda del nostro lungo bruco di disorganizzazione, finalmente anche io mi isso su per il bordo oscurato, verso l’albero che rappresenta la nostra salvezza dal muro, la nostra liberazione dalla prigione della nostra ambizione, la libertà dalla compagnia obbligatoria degli uni con gli altri. 

Il filo che comprende la nostra squadra si sta disfacendo.

Arrivo all’albero. Em non è ancora arrivata. È passata più di un’ora da quando ha raggiunto la cima e normalmente serve una breve escursione di 10 minuti per arrivare dove siamo noi. Sono preoccupato così mentre i miei compagni sono ignari della situazione parto per cercarla. 

Quindici minuti dopo, io e Em stabiliamo un contatto vocale. Vedo la sua luce in lontananza sulle placche, un pallido fulmine nell’oscurità cupa, mentre riesco ancora a vedere le luci del resto della squadra sotto di me. A fatica riesco alla fine a incontrare Em. Risaliamo brevemente per cercare di raggiungere gli altri.

Mentre lo facciamo, le luci della squadra, giù sul bordo, iniziano a muoversi.

Lontano dal baratro dell’abisso.

Provo la radio. Nessuna risposta.

Valerio? Tom?

Nessuna risposta.

Dove stanno andando? Dovremmo andare loro incontro o seguirli… non voglio perderli… non voglio essere risucchiato dal vuoto oltre il bordo… non voglio inciampare ed essere attratto laggiù nella bocca della bestia.

Come i bambini che inseguono i fantasmi più in profondità nella palude, seguiamo le fioche lanterne dei miei amici mentre si allontanano da noi. Ora non ho modo di localizzare la mia attrezzatura da bivacco.

“Dove stanno andando?” Chiede Em.

Finalmente stabiliamo il contatto vocale:

“MARCO!”

“Polo!”

“Marco!”

“Polo!”

Il gioco termina con il fuoco del bivacco e ci riuniamo al resto della compagnia.

Sono stanco oltre ogni immaginazione.

Birre in eccesso, salmone affumicato, crema di formaggio e bagel (portati da Em).

“che cosa stavate facendo voi ragazzi?”

“beh, non sapevamo dove fossi, quindi ci siamo diretti al bivacco”

“hai provato a chiamare alla radio?”

“uh! no, le avevamo spente”

“qualcuno di voi ha portato per caso il mio sacco a pelo?”

“no, vuoi tornare indietro e prenderlo?”

Rabbrividisco… “tornare dove?” Eh no, non andrò a passeggiare sul bordo di El Cap di notte cercando il mio sacco a pelo. Ne ho avuto abbastanza… “Io ed Em ci stringeremo dentro il suo sacco Husky 8000 a tremare di freddo tutta la notte.

Alba.

 

Tom e sua moglie Linda, che è appena arrivata seguendo le 6 miglia di sentiero, scompaiono lungo le placche Est, raccogliendo le corde rimanenti e l’attrezzatura della sosta dell’albero. Valerio e Marco prendono ciascuno il massimo che sentono di poter portare giù. Em singhiozza, convinta che non riusciremo io e lei a portare via tutto il materiale rimasto. V & M ritornano brevemente e prendono qualche altro oggetto (“tutti noi abbiamo circa 50 chilogrammi a testa”), e scompaiono lungo il sentiero delle Cascate.

I carichi sono spaccaossa. Curvi come trogloditi, fermandosi a riposare  ogni 20 metri, barcolliamo due miglia fino alla sella Eagle Peak, dove, incapaci di continuare, lasciamo i nostri pesi dietro un masso. Em si addormenta sotto ad un pino mentre io divido i carichi che ho nascosto. Ora abbiamo solo 30 chilogrammi ciascuno e affrontiamo le prossime 6 miglia con entusiasmo.

Il giorno seguente, io e Em torniamo a Eagle Peak per portare giù il resto del materiale, ma lo sforzo sembra sia atroce e futile, un gesto vuoto per porre fine al castello che la squadra ha costruito in cielo… un castello che sarà presto spazzato via dalla marea delle nostre vite.

Valerio, Tom e io ci incontreremo di nuovo in squadra per costruirne un altro Castello in aria? Ne dubito. Ma cose più strane sono successe. L’acqua passa sotto i ponti in fiamme come le macchie di fumo invisibili in una notte stellata. Giriamo gli angoli dei corridoi del labirinto  guardando raramente indietro e spesso con molti dubbi. La certezza è tanto elusiva ed effimera quanto il vapore alla deriva dalle ceneri del fuoco della vetta. El Capitan è presto oscurato nello specchietto retrovisore dalla foresta mista di conifere della cava di Pohono.

Primi di Novembre 2001:

La mattina radiosa mi trova sprofondato nella classica depressione post big wall… nel mio ufficio disordinato e con la fredda compagnia di una tazza di caffè sono lì accanto alla tastiera del computer desiderando di essere di  nuovo sulla cima di El Capitan… di essere là a caccia delle luci nella notte, giocando a Marco Polo e rabbrividendo tutta la notte, soffrendo del nostro trionfo sulla sopravvivenza.

 

 

Bruce Bindner aka Brutus of Wyde            Giugno 2009

Sofa Spud – Oakland – California

 

video:

Tempest parte 1    Tempest parte 2    Tempest parte 3